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Shamal
ovvero: provo a capire la vita
letteratura
12 novembre 2009
Un libro



Image by Larry D. Moore, used under a Creative Commons ShareAlike License.

Il libro che sto finendo di leggere, "Nel cuore della foresta - un viaggio attraverso gli alberi", di Roger Deakin, è secondo me straordinario da diversi punti di vista. Intendo qui il termine straordinario non solo come forte apprezzamento, ma anche nel senso etimologico del termine, in quanto inusuale, raro, fuori del consueto. Per i suoi contenuti ma anche per il metodo di narrazione.
Roger Deakin non era (ci ha lasciati nel 2006) uno "specialista" di qualcosa, ma alla formazione botanica e in scienze naturali di base aveva fatto seguire, oltre ad una professione, uno "stile di vita". Ha passato molti anni ad esplorare boschi e territori prima di tutto inglesi ma anche in angoli remoti del mondo, spesso non quelli più classici e scontati. Era scrittore e documentarista.
Aveva scelto di abitare nel verde Suffolk, sperimentando nella sua vita quotidiana un rapporto in parte primordiale e molto forte non solo con la natura, ma con la tradizione dell'abitare e dell'utilizzare le risorse in modo sobrio, rispettoso dell'ambiente ma anche di una dignità che proviene direttamente da una lontana tradizione rurale.
Costruire la propria casa, abitare di tanto in tanto i boschi circostanti, passandoci la notte, lavorare il legno, coltivare e sperimentare diverse varietà di alberi da frutto, alcuni provenienti dai semi portati dai viaggi in altri continenti, sperimentare forme di autonomia energetica da fonti rinnovabili.. tutto questo e molto altro "era" Roger Deakin, ancora prima dei suoi scritti.
Il libro ora tradotto in Italia, "Nel cuore della foresta", è una seconda prova rispetto a "Waterlog", da noi ancora non disponibile. La passione per l'acqua, le sue forme e la sua storia reale sul territorio, insieme al gusto di immergersi e nuotare in ogni specchio d'acqua disponibile e in tutte le stagioni erano alla base di questo primo lungo racconto naturalistico.
Nel libro di cui parlo, il protagonista sembra essere a prima vista il legno, inteso come materia vivente, come il seguito dell'albero e la materia prima di una tradizione umana che lo ha usato come materia strutturale per le proprie abitazioni, prima di tutto, ma anche come luogo di confronto con la natura e fonte di ingegno per nuove creazioni espressive.
Il legno non è "materia prima" per Deakin, ma fa parte di un universo naturale autonomo e di cui noi come uomini facciamo "solo" parte, in un ruolo paritario e che non può non rispettare, collaborare, venire a patti continuamente con qualcosa di più grande.
E Deakin ce lo racconta analizzando l'evoluzione delle foreste e degli usi civici nel tempo, raccontando l'origine della radica di noce dei cruscotti delle Jaguar, l'opera e la vita di artisti che utilizzano il legno come sculture viventi o esprimono se stessi attraverso opere ricavate da legno e altre forme di vita raccolti sulle spiaggie dopo le mareggiate, fino alle sue esperienze nelle foreste dei grandi noci del Kazakhistan. E qui ad esempio, come in ogni altro angolo del libro, Deakin "divaga". Nel senso che si fa prendere e trasportare da...la vita. Nel caso del Kazakhistan, dalle persone, dai vestiti, dalla cucina, descritta a volte con meticolosità, dagli odori, dalla luce particolare di un mattino, da un'osservazione improvvisa e analitica su come utilizzano e risparmiano ingegnosamente l'acqua. E allo stesso tempo descrive mille piante, fornendo i loro nomi scientifici per permettere eventualmente al lettore di ricostruire anche visivamente quello di cui parla, e parlandone non come uno scienziato ma come un amico di lunga data che ritrova dei compagni di viaggio, li ritrova, li osserva e nota le differenze, le affinità, rispetto a quelli che già conosce. E prova a capirne le nuove ragioni di essere.
Tra i significati profondidi questo libro c'è proprio questo metodo "divagativo", che in realtà è un sofisticato modo di raccontare delle esperienze, a partire dal filo conduttore degli alberi e del legno, secondo una logica pienamente umana e mai "utiliristatica" o esclusivamente scientifica, nel senso più riduttivo e asettico del termine.
Deakin ci conduce per mano attraverso i boschi e le loro modificazioni, in compagnia di molti personaggi che hanno scelto come lui di avere un rapporto differente con quello che alcuni chiamano il "creato", non smettendosi mai di chiedersi quali sono le ragioni del nostro stare sul pianeta e della nostra ansia di modificarlo.
Trasmettendo un senso di profondo rispetto verso igni piccola forma di vita, dalla "erbaccia" (cosiddetta) alla falena. E senza dimenticare la vita e la sofferenza degli uomini nei secoli per coabitare con una natura spesso più forte. IL tutto condito con tantissime citazioni dall'arte, dal cinema, e da una cultura umana che Deakin conosce, apprezza e non contrappone semplicisticamente ad uno stato di natura primigenio e perduto.
E possiamo respirare e condividere tra le pagine la sua curiosità infinita per ogni piccola cosa, e di questi tempi la trovo una virtù preziosa.
Non un libro solo ecologista. Un libro ecologico, nei contenuti e, coerentemente, nei modi di raccontare.Un piccolo umile potente capolavoro.

Sito dell'associazione Common Ground, co-fondata da Roger Deakin.


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permalink | inviato da Shamal il 12/11/2009 alle 8:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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